ric the rabbit

trasformate i difetti in virtù

venerdì, 27 luglio 2007

Petrolini

Roba seria

 

(non ero riuscito a trovare in rete questo monologo di Petrolini e l'ho "sbobinato". Segnalate eventuali errori, grazie.)


Signore e signori,

so che molti supercritici, dopo essersi divertiti a sentirmi, vanno poi dicendo: “Sì, ma in fondo egli dice un mondo di stupidaggini”.

Ebbene, signori, basta.

Oggi vi dirò delle cose profonde,

filosofiche, scientifiche,

dense di pensiero, di dottrina e di cultura.

 

Bello è d’intorno il rapido cadere

delle morte energie che non han fine.

Bello è nel cuore il lento soggiacere

delle passioni mentre imbianca il crine.

E qualcosa sen va senza che mai

faccia ritorno al vivere fatale:

volgiti indietro e la miseria udrai,

la miseria che piange in sulle scale.

Tanto gentile e tanto onesta pare

la donna mia mentr’ella altrui saluta

che al vederla così bene vestuta

quindici lire le si posson dare.

Va per i cieli densi un nembo scuro

è dell’anima mia che le va dietro

o durezza di un tempo meno duro

o durezza… di più lasciamo stare,

su per le calli, torturando i calli,

le valli, gli avalli e le con valli,

rammento te, mazza di san Giuseppe,

quando, lettrice mia, quando vedrai

pape satan pape satan aleppe.

Volgiti indietro e la miseria udrai,

la miseria che piange in sulle scale.

 

(singhiozza) Commovente, vero?

 

Rotto questo mio cuore e rotto e frale

E rotto e rotto e rotto e rotto e rotto

e io me ne strafogo e sopra e sotto,

a stracci, a pezzi, a morsi, a cenci a ciocche,

a minuzzoli, a pugni, a mani, a sacchi,

a faglie, a sfoglie, a polverini, a nocchie,

a secchi, a sacchi, a spicchi e spicche e pacche,

a quadri, a cubi, a tondi, a perle, a fiori

le donne, i cavalier, gli armi l’amori.

Nel mezzo del cammin di nostra vita

arma la poppa e salpa verso il mondo

là dove chiederai a lei: E’ lei quei tal signore

che scriveva accanto a me sul tramway?

e quel clamor per cui

piangete donne e lacrimate forte

ché il re di Creta è condannato a morte.

Presso la culla, in dolce atto d’amore,

all’ombra dei cipressi e dentro l’urne

se mi scappa chi mai la fece donna

ma chi lo sa.

Amor che a nullo amato amar perdona

se tu le mani ormai ti sei lavate

ti consegno il mio cuor dentro a una biscia

floscia s’inguscia nella grascia ambascia 

all’uscio dell’angoscia cresce ed esce

ripasce e poscia pasce e pesce piglia

quella biscia che il cuor crede piscione.

Tutto di verde mi voglio vestire,

Turi é partuto e sola ti ha lassato.

Quando Rosina scende giù dal monte

a Marechiaro ci sta una finestra

dove ognuno ci fa una fermatina

ci lascia qualche cosa e se ne va.

E se ne va per la via  vagabonda

Allegra o moribonda, lesta o cogitabonda

O bionda bella bionda sei come l’onda!

 

Postato da: rvalla64x9 a luglio 27, 2007 08:37 | link | commenti |

lunedì, 16 aprile 2007

Safire

http://www.nytimes.com/2007/04/22/magazine/22wwlnsafire.t.html?ex=1334808000&en=5ff090b739caa607&ei=5124&partner=permalink&exprod=permalink

 

http://www.nytimes.com/2007/04/15/magazine/15wwlnsafire.t.html?ex=1334203200&en=c39ef18eacee8f8e&ei=5124&partner=permalink&exprod=permalink

Postato da: rvalla64x9 a aprile 16, 2007 13:17 | link | commenti |

Vonnegut

qualche giorno fa è morto Kurt Vonnegut jr, uno scrittore che ha sempre invitato a trasformare i difetti in virtù e a valorizzare el nevrosi ben strutturate (non le altre) C'è una mia vecchia prefazione di dieci anni fa in un volume introvabile, la posto qui a scopo di studio e con il solito divieto di riproduzione) 

Kurt Vonnegut: L’illuminista misantropo
  
Cleopatra (preoccupata): [...] dovrò fissare un limite a cui fermarsi!
Antonio (euforico): Allora sarai costretta a trovare un nuovo cielo, una nuova terra!
Shakespeare, Antonio e Cleopatra
 
Ciò che l’umanità sperava di conoscere nella sua spinta verso lo spazio era chi fosse realmente il motore della creazione, e quale ne fosse lo scopo, ma l’umanità vi trovò soltanto quello che aveva sempre trovato sulla Terra: un incubo infinito di mancanza di significati. Il bottino che portò a casa dallo spazio, dall’infinita esteriorità, fu questo: eroismi vuoti, commedia povera, morti inutili.
Vonnegut, Le sirene di Titano
 
Vonnegut è stato definito come un guru, come uno scrittore per scrittori, come l’autore più amato nei campus universitari, come l’unico vero scrittore di fantascienza degli scorsi decenni, come il satirico dalla penna al vetriolo, come l’umorista nero e, semplicemente, come uno dei due o tre più grandi scrittori contemporanei. Il pubblico italiano, in genere, non è al corrente della fama di Vonnegut nella cultura americana, e fatica a spiegarsi che cosa possa avere spinto persone presumibilmente convinte delle loro parole come Graham Greene (che lo definì uno dei migliori scrittori americani viventi) a tributargli lodi così sperticate: da noi il pubblico lo conosce soprattutto attraverso Mattatoio n. 5, e anche in questo caso più attraverso il film che il libro. Del resto, gran parte della satira di Vonnegut verte su situazioni tipicamente americane, così come sono tipicamente americani quelli che a noi possono sembrare difetti, e che per il lettore d’Oltreoceano sono pregi, come la sua ansia di fare gag e battute ogni poche parole, un po’ come certi telefilm tutti brillanti e tutti uguali, o l’accanimento con cui critica le sette religiose e ne immagina altre. Quanto ai critici, i professori universitari rimangono a tal punto affascinati dai suoi paradossi da soffermarsi solo su questi: per esempio, sulla boutade finale delle Sirene di Titano, in cui lo scopo dell’umanità è quello di permettere a un’altra civiltà di portare ai confini dell’universo un messaggio inutile.
Volendo ridurre Vonnegut a una singola definizione, si può dire che Kurt Vonnegut è il Voltaire degli americani che hanno frequentato l’università negli anni intorno al 1970: infatti, anche i suoi libri, come quelli di Voltaire, sono sostanzialmente romanzi filosofici, anch’essi criticano con l’arma della ragione le istituzioni della società, anch’essi precedono un grosso movimento di presa di coscienza sociale, quello del 68 (iniziato nelle università americane prima ancora che a Parigi). Ed è anche chiaro perché Vonnegut sia apprezzato soprattutto dagli studenti universitari: la sua corrosiva ironia ha spesso per oggetto la classe dei manager delle grandi società e i grandi professionisti degli studi legali, ovvero proprio le persone a cui, non appena laureati, gli attuali studenti vorrebbero togliere il posto. (Così come in genere, per Vonnegut, le rivoluzioni vengono sempre dall’interno, e non cambiano niente.)
Per inquadrare l’autore entro la sua biografia, è sufficiente dire che è nato nel 1922 a Indianapolis e che ha combattuto nella Seconda guerra mondiale, che era prigioniero a Dresda quando la città è stata bombardata (e perciò, sotto questo aspetto, Mattatoio 5 è un romanzo autobiografico). Nel 1952 esce il suo primo romanzo Player Piano, un’utopia negativa sulla scia del Mondo nuovo di Huxley e di 1984 di Orwell, e nel 1959 Le sirene di Titano. Nel 1963, con  Ghiaccio‑nove (in cui, tuttavia, la componente fantascientifica si limita al ``ghiaccio‑9’’ del titolo, che è un’arma segreta) pubblica il suo terzo e ultimo romanzo di fantascienza, e in seguito si limiterà a introdurre idee e spunti tratti dalla fantascienza in romanzi come Dio la benedica, signor Rosewater (1965), Madre notte (1966) e Mattatoio n. 5 (1969). In seguito, questi spunti diventano solo occasionali, e si riducono a semplici allusioni alle sue opere precedenti: dopo Le sirene di Titano, più che uno scrittore di fantascienza, Vonnegut è un esponente della ``narrativa pop’’, cioè di quel gruppo di scrittori che usano spunti e immagini della narrativa popolare per mostrare l’effetto dei mass‑media sulle coscienze. Fanno parte di questo gruppo, o ne hanno fatto parte in alcuni periodi della loro produzione, William Burroughs, John Barth (Giles ragazzo capra), Gore Vidal (Myra Breckinridge).
In complesso, in quarant’anni di carriera da 1952 a oggi, Vonnegut ha iniziato come il Marco Antonio shakespeariano, chiedendo un nuovo cielo e una nuova terra, perché quelli di tutti i giorni gli parevano troppo stretti per accogliere tutta la sua satira, e accostandosi perciò alla fantascienza; poi, all’epoca delle Sirene di Titano, ha constatato che c’era da ricavarne solo ``eroismi vuoti e commedia povera’’, come dice allusivamente, all’inizio delle Sirene, parlando della conquista dello spazio. Dopo Le sirene di Titano si è separato progressivamente dalla fantascienza fino a staccarsene del tutto; aveva però un suo fedele pubblico nell’ambiente universitario e ha continuato a scrivere per quello.
Il più noto giudizio di Vonnegut sulla fantascienza è quello messo in bocca al personaggio Eliot Rosewater nell’omonimo romanzo. Il romanzo contiene anche un giudizio negativo (dell’avvocato che vorrebbe interdire Rosewater e che giudica la fantascienza una fuga in mondi immaginari), e perciò è probabile che il giudizio rispecchi le convinzioni dell’autore. Dice Rosewater ai membri di un congresso di fantascienza:
 
Siete gli unici che parlino dei terribili cambiamenti che avvengono oggi, gli unici abbastanza pazzi da sapere che la vita è viaggio spaziale, e non uno breve, ma uno che durerà per miliardi di anni. Siete gli unici che si preoccupino davvero per il futuro, che notino davvero quello che le macchine fanno a tutti noi.
 
Il punto importante, qui, è: ``quello che le macchine fanno a tutti noi’’, e il pensiero di Vonnegut diventa più chiaro se si sostituisce la parola ``macchine’’ con ``scienza e tecnologia’’. Per capire a che cosa si riferisca e per capire perché Vonnegut abbia iniziato scrivendo fantascienza occorre richiamare la situazione generale degli anni in cui scriveva. Dopo le euforie degli anni 20, gli anni 30 avevano visto prima il crollo della Borsa e la Depressione, poi la faticosa risalita dell’economia. Negli anni 30, per evitare altre depressioni, molti chiedevano, in America come in Inghilterra, una conduzione più ``scientifica’’ della cosa pubblica, sulla scorta delle pianificazioni di cui si vantavano i regimi dittatoriali europei. Tuttavia, perché si entrasse davvero nelle economie di piano, fu necessaria la guerra: con il suo scoppio, il governo federale americano assunse poteri che non aveva mai avuto in precedenza, e le varie ``agenzie’’ governative (spionistiche, investigative, e la nuova commissione per l’energia atomica) vennero sottratte al controllo del parlamento. Questo sistema vinse la Seconda guerra mondiale; ma alla fine del conflitto il cittadino americano si trovò con un’amministrazione più centralizzata e pianificata, ma anche con una società più autoritaria di quella d’anteguerra.
Per lungo tempo, grazie al boom economico degli anni 50, l’enorme crescita della macchina federale non preoccupò eccessivamente l’opinione pubblica, che prese a dolersene solo quando l’economia cominciò a perdere colpi: solo allora vennero fuori film come I tre giorni del Condor, in cui si denuncia lo strapotere delle agenzie governative. L’allarme per l’eccessivo potere della burocrazia militare‑statale era però presente in un campo: nella fantascienza dell’immediato dopoguerra, dove prendeva la forma di un interrogativo di questo genere: ``Se il governo federale è riuscito a tenere segreto a tutti uno sforzo così grosso come il Progetto Manhattan per la costruzione delle bombe atomiche, che cosa continua a nasconderci?’’ ed era uno degli spunti ricorrenti della fantascienza dei primi anni 50, la cosiddetta ``fantascienza sociologica’’ di autori come Pohl e Kornbluth, Sheckley, Bester, Blish. Tranne che al livello altissimo di un Arthur Miller (o, trattandosi di uso della scienza, di un Einstein), analoghe critiche contro la società americana sono rare nella letteratura e nel cinema di quegli anni, o quando si incontrano, si rivolgono al passato (Il nudo e il morto, per esempio) o a parti della società rimaste arretrate (per esempio i romanzi gialli che presentano singoli casi di corruzione, presumibilmente destinati a scomparire) o sono talmente vaghe da mancare il bersaglio, come per esempio nell’Ammutinamento del Caine, in cui le malefatte del comandante (impersonato da Bogart nel film) sono talmente irritanti da far dimenticare la colpa morale dell’ufficiale che ha aizzato i colleghi contro di lui, e che è uno dei tipici ``uomini nuovi’’ dell’establishment del dopoguerra, razionale, scientifico, uscito da una buona università dell’Est e non digiuno di scienze psicologiche e sociali.
La posizione della fantascienza degli anni 50 come campo in cui si levava regolarmente il dissenso fu segnalata fin dal 1959 dallo scrittore inglese K. Amis nel suo saggio Nuove mappe dell’inferno. É un tipo di fantascienza incentrato sulla rivista Galaxy, un prodotto urbano newyorkese, sofisticato nei contenuti, quasi sempre stilisticamente povero, ma costruito con buon artigianato, e nasce da due componenti: da un lato la tradizione comica irriverente, prima mitteleuropea e poi yiddish, del cabaret e del vaudeville, che era particolarmente viva a New York (la stessa tradizione che ha dato i Fratelli Marx prima della guerra, Woody Allen e Mel Brooks in anni più recenti), dall’altra i dubbi sull’onestà di un establishment ormai incontrollabile da parte dei cittadini e dai loro rappresentanti. Dalla loro somma nasce quella sfiducia contro tutto e contro tutti che anima un autore come Sheckley e che lo porta a irridere i manager sorridenti e bugiardi, la civiltà del consumo fine a se stessa, la psicoanalisi che ha sempre in tasca la risposta per tutto, la scienza pronta a promettere qualsiasi cosa, e così via. E questo tipo di critica era permesso alla fantascienza sia perché essa, parlando del futuro e di altri mondi, godeva di una sorta di extraterritorialità (l’alibi di non essere una critica diretta: si criticavano le istituzioni, sì, ma erano le istituzioni del 2000, o quelle dei marziani...) sia grazie al compromesso per cui la fantascienza, pur criticandolo, faceva pur sempre il gioco dell’establishment, ritraendo una scienza positiva e amica dell’uomo, in costante progresso e dunque capace di alimentare per sempre il boom economico postbellico (che amava presentarsi ingenuamente come frutto della sola gestione scientifica della produzione e del mercato dei beni, come se quello finanziario non esistesse).
L’ottimismo della situazione economica e quello (palese o sottinteso) della fantascienza si tiravano la volata l’uno con l’altro, e non c’è da stupirsi che verso il 1950 la fantascienza fosse nel suo momento di massima popolarità. I bambini giocavano con i modellini di marziani in tuta spaziale invece che con i soldatini di piombo, la prima TV commerciale trasmetteva i serial  Captain Video (1949) e Tom Corbett Space Cadet (1950), a Hollywood c’erano le grandi produzioni di George Pal (Quando i mondi si scontrano è del 1951, La guerra dei mondi del 1953), le importanti riviste settimanali pubblicavano racconti di fantascienza (in seguito, l’unica che mantenne la tradizione fu  Playboy; quando Asimov e lo stesso Vonnegut fanno dell’ironia su Playboy, quanto gioca in essa l’irritazione per la scomparsa delle pagine di fantascienza dal Collier’s o dal Saturday Evening Post?), Heinlein andava per la maggiore con i suoi romanzi per ragazzi, sorgevano pubblicazioni come  Galaxy, indirizzate a un pubblico più sofisticato di quello che leggeva la fantascienza quindici o vent’anni prima, lo stesso Topolino incontrava avventure fantascientifiche e anche la critica dotta aveva il suo contentino in Ray Bradbury, un autore dall’ispirazione totalmente americana, ingenua d’ogni malizia letteraria venuta dall’estero, un naif acqua e sapone ma con dei bei giri di parole da nipotino letterario di Walt Whitman.
Però, oltre agli scrittori venuti dalle riviste di fantascienza d’anteguerra, in quegli anni si accostavano al romanzo fantascientifico anche autori di formazione diversa, che sentivano il bisogno di intervenire sui grandi temi di allora: l’individuo e la società autoritaria, la tirannia e la guerra, e le cause che potevano portare intere nazioni a perdere il senno. Questi temi potevano essere dibattuti dal cinematografo e dalla narrativa quando riguardavano altre nazioni, ma se i dubbi riguardavano il proprio paese, l’unica forma sotto cui si potessero esprimere era in chiave di fantascienza. Il più noto esempio è 1984, con la sua immagine di un’Inghilterra impoverita che ha preso i peggiori aspetti del totalitarismo nazista e di quello staliniano (e che per Orwell condivide molti tratti con quella del 1948 in cui il romanzo è stato scritto: il 1984 è il 1948), ma il romanzo in cui è più forte la polemica contro quella barbarie tecnologica che caratterizzava il nazismo e che poteva prendere piede in America è Limbo, di Bernard Wolfe, che precorre molte tematiche degli anni seguenti e che ebbe molta influenza sugli scrittori di fantascienza: Ballard, per esempio, lo giudica uno dei migliori romanzi di quegli anni. Uno degli spunti di Limbo, la violazione scientifica della persona, ricorda la polemica contro il condizionamento contenuta in  Arancia meccanica, e anche nelle Sirene di Titano di Vonnegut compare un’idea parallela a quella delle volontarie mutilazioni di Limbo: l’idea degli handicap, imposti dalla nuova religione del miliardario Rumfoord (la ``Chiesa di Dio l’Indifferente’’) a chi ha avuto per nascita il vantaggio di essere più bello, più agile o più forte degli altri; la conclusione del libro è poi la stessa del Signore delle mosche, sulla fondamentale barbarie dell’uomo. In  Limbo si parla di un medico, il dottor Martine, il quale, alla fine della guerra, è rimasto per vent’anni su un’isola priva di contatti con il resto del mondo. L’isola e la gente che la abita sono abbastanza felici, ma gli indigeni praticano una forma di lobotomia sui colpevoli di qualche infrazione, e Martine non è mai riuscito a sopprimere del tutto quella pratica. Fa poi ritorno al mondo civile e scopre che in America, come reazione alle distruzioni della guerra, si è diffusa un’ideologia pacifista. Ogni posizione pubblica, ogni grado nell’amministrazione è riservato a chi ha dato prova di non violenza, e la prova consiste nel farsi amputare un arto, secondo il principio che se uno non può impugnare un’arma, non può servirsene per minacciare un’altra persona. Chi si fa amputare più arti sale ancor di più nella gerarchia, e i capi dello stato sono ridotti a semplici tronchi, senza braccia e senza gambe, alla maniera di Freaks. Martine sente immediatamente di odiare questa società, esattamente come odiava la lobotomia dei suoi indigeni, e la odia ancor di più quando scopre di essere stato, del tutto involontariamente, uno dei padri fondatori di quella società, perché l’idea dell’amputazione viene da alcuni suoi vecchi scritti, in cui faceva per assurdo quella proposta. Poi, cosa ancor più preoccupante, viene a scoprire che ora gli ingegneri degli amputati costruiscono protesi perfette, comandate dai nervi di chi le porta, e assai più forti degli arti naturali. Con queste protesi, gli amputati sono molto più agili e robusti degli uomini normali e ora, convinti della propria superiorità, si addestrano a conquistare il resto del mondo. Martine finirà per ribellarsi, dopo avere involontariamente dato origine a quella società. Perciò la conclusione di Bernard Wolfe è che tra il selvaggio e l’uomo civile non c’è differenza, entrambi sono succubi della propria violenza interiore, e non c’è nulla che possa vincerla. E la scienza non porta a un’elevazione dell’uomo: ne è prova il nazismo, capace di far convivere V2 e campi di sterminio.
Anche nel primo romanzo di Vonnegut, Player Piano, uscito nello stesso anno di Limbo, c’è una ribellione dall’interno del sistema stesso. Chi si ribella contro la società meccanizzata del futuro è uno dei suoi proprietari: visione pessimistica, perché se le rivoluzioni le fanno i padroni, hai voglia di aspettarti che qualcosa cambi. É facile dire che questa convinzione gli deriva dalla sua esperienza del bombardamento di Dresda: se gli Alleati bombardavano bersagli civili come quella città, esattamente come i sommergibili dell’Asse affondavano navi passeggeri, allora nessuna causa è migliore di un’altra, e la vittoria di una parte equivale a quella della parte avversaria. Ciò porta Vonnegut a una misantropia generale: non per niente, alla conclusione dei suoi romanzi, i protagonisti tendono a isolarsi dalla società, ad abbandonare quello che avevano voluto costruire e a dedicarsi a cause rigorosamente inutili.
Lo si nota bene nel secondo romanzo di Vonnegut, Le sirene di Titano, dove l’unico personaggio che viene giudicato positivamente da tutti i protagonisti è il ragazzo, Chrono, che va a vivere con gli uccelli e passa la giornata a disegnare cerchi concentrici nella sabbia e a collocarvi sassolini che rappresentano i pianeti. Degli altri, uno si è esiliato volontariamente su Mercurio, unico essere umano su quel pianeta; il deus ex machina che ha mosso le fila di tutto il romanzo, Rumfoord, è partito per ignota destinazione; la moglie di Rumfoord scrive per vent’anni un libro che nessuno leggerà mai.
Ridotto al suo semplice riassunto, Le sirene di Titano sembra una mescolanza di vari spunti del ciclo di Isher di A.E. van Vogt. C’è un uomo che cade in una distorsione spazio‑temporale, come quel personaggio che in van Vogt fa l’altalena tra il passato e il futuro, ed è il miliardario Rumfoord, che dopo essere entrato in un ``imbuto temporale’’ perde la continuità della sua esistenza. Rumfoord, adesso, conosce tutto il futuro e passa dalla Terra a Marte, a Mercurio e a Titano, e poi di nuovo alla Terra. Su Titano, però, è naufragata centinaia di migliaia di anni fa una creatura di un altro pianeta, e Rumfoord, a imitazione di un altro personaggio del ciclo di Isher (l’uomo immortale, Hedrock), si mette in testa di cambiare il mondo, creando un conflitto (anche in van Vogt, Hedrock creava sia il governo ‑‑ l’Impero ‑‑ sia l’opposizione, i Negozi d’Armi). Per ottenere i suoi fini, Rumfoord usa la tecnologia della creatura aliena per rapire uomini sulla Terra, portarli su Marte, cancellare loro la memoria e inquadrarli in un esercito. Poi, al suo attacco contro la Terra, l’esercito d’invasione marziano viene sconfitto, come previsto da Rumfoord che non cercava la vittoria, ma dei martiri su cui costruire una religione: la Chiesa di Dio l’Indifferente, che nega ogni intervento di Dio nell’universo e che insegna l’inazione e la mediocrità.
La prima osservazione che si può fare su Le sirene di Titano è il ruolo preponderante che hanno i miliardari in questa e in altre opere di Vonnegut. In van Vogt c’erano i superuomini, in Vonnegut ci sono i miliardari, la nobiltà ereditaria americana:
 
William Niles Rumfoord era un membro dell’unica vera classe americana. Era una vera classe perché le sue caratteristiche erano chiaramente definite da almeno due secoli, ossia lo erano per chiunque avesse orecchio per le definizioni. Dall’esigua classe di Rumfoord erano venuti un decimo dei presidenti americani, un quarto dei suoi esploratori, un terzo dei suoi governatori della Costa Orientale, metà dei suoi ornitologi di professione, tre quarti dei suoi grandi skipper e virtualmente tutti i ripianatori dei deficit dell’opera lirica.
 
La ricchezza, dunque, fa il superuomo, che però sembra tale non tanto per ciò che fa (Eliot Rosewater dell’omonimo romanzo, prima di lasciare il convegno di fantascienza, ``si esibì in una dimostrazione dei suoi poteri magici, staccando assegni da cento dollari per ciascuno dei presenti’’), quanto per la possibilità di darsi ad attività del tutto inutili: ornitologo, skipper, mecenate dell’opera lirica (forma d’arte non americana d’origine, e da cinquant’anni non creativa). A leggere Vonnegut c’è il rischio di un grosso fraintendimento, se si parte dal solito presupposto che l’azione sia positiva e il suo contrario sia negativo. É vero invece l’inverso, e quella cui vanno incontro i personaggi di Vonnegut, e che sembrerebbe (ed è) una brutta fine (portare in un’altra galassia un messaggio scemo, finire in gabbia in uno zoo del pianeta Tralfamadore, o starsene seduti ad aspettare che il ghiaccio‑nove ci prenda) sembra essere invece qualcosa di positivo per Vonnegut.
Un altro curioso aspetto delle Sirene è che il romanzo sembra scritto per andare contro tutte le regole con cui andrebbe scritto un romanzo. Per esempio, Heinlein una volta ha osservato che le possibili trame dei romanzi sono sostanzialmente due: 1) lui incontra lei; 2) il povero anatroccolo fa carriera. Il romanzo di Vonnegut contiene entrambe queste trame, ma esattamente al contrario: lui fa di tutto per non incontrare lei, e viceversa; alla fine, come era destino, si incontrano, ma in seguito nessuno dei due lo ricorderà, perché a tutt’e due viene tolta la memoria. Quanto al fare fortuna, lui e lei partono come plurimiliardari e nel corso della storia finiscono in bolletta. É chiaro che, per far combaciare le tessere di mosaici narrativi così complicati, occorrono davvero il nuovo cielo e la nuova terra della fantascienza. Secondo un’altra teoria del romanzo, in tutti i romanzi si ha all’inizio una situazione di quiete, che viene rotta da un avvenimento perturbante, e poi tutto lo svolgimento del romanzo serve a riottenere la posizione di quiete iniziale. Nelle Sirene di Titano abbiamo la quiete e l’evento perturbante, ma la narrazione non si limita a ripristinare la situazione iniziale: va assai al di là. Nel corso della vicenda, i protagonisti cambiano personalità, dimenticano ogni cosa, diventano persone del tutto diverse da quelle che erano all’inizio: il romanzo, a questo punto, potrebbe finire. Invece no: l’eliminazione dei fattori di disturbo continua implacabile, fino a cancellare il tipo di società iniziale, a fondare la religione della mediocrità. I personaggi più attivi lasciano la scena e alla fine del romanzo tutti hanno ottenuto quello che volevano e nessuno ha ottenuto niente, ciascuno si isola in se stesso e si allontana dagli altri.
É chiaro che per scrivere una storia come Le sirene di Titano occorre una forte sfiducia nell’uomo e nella società. Quanto poi all’idea che l’inazione sia la più alta delle mete da raggiungere, essa non è un concetto nuovo; la sua miglior formulazione è quella del taoismo cinese, il ``non agire’’: per esempio, la leggenda dice che in base a questo principio il suo enunciatore Chuang‑tze rifiutò incarichi di primo ministro, asserendo che preferiva rimanersene a pescare. Il taoismo, comunque, è sorto in un periodo di guerre continue: allo stesso modo, dietro l’aspirazione dei personaggi di Vonnegut all’inazione, ci sono sempre i corollari del bombardamento di Dresda.
Tuttavia, Le sirene sembra ancora ammettere la possibilità di una risposta (o della ricerca di una risposta) al problema di chi sia ``il motore della creazione e quale ne sia lo scopo’’, perché il romanzo affonda almeno una delle sue radici nella cultura protestante americana tradizionale: sotto questo aspetto, anzi, è un moderno equivalente del Moby Dick di Melville. Come Ahab che cercava nella balena bianca la morte di Dio per affermare la vittoria del diavolo (l’interpretazione è di Fiedler), così, nelle Sirene di Titano, Rumfoord cerca di dimostrare che la creazione è mossa solo dal caso. Rumfoord impone questa sua idea ai fedeli della sua religione, ma nel romanzo non riesce mai a dimostrarla in modo convincente, e anzi, scopre che almeno nel caso della storia umana ci sono delle entità che l’hanno manipolata da dietro le quinte. Inoltre, per un Rumfoord che cerca di cancellare Dio, c’è la moglie di Rumfoord che cerca di demolire le idee del marito scrivendone la confutazione.
Con questo, non che Le sirene di Titano sia un romanzo perfetto: la scrittura delle parti iniziali è perfettamente calibrata, snella e ricca di riferimenti, ma verso la metà, non appena l’azione si sposta su Marte, molte parti sono puramente narrative e la satira langue. Il romanzo torna ad avere qualche guizzo nel finale, ma dalla partenza da Mercurio in poi viene riservata troppa attenzione all’intreccio. Assai meglio costruito è il romanzo seguente,  Ghiaccio‑nove, in cui la satira sceglie direttamente come bersaglio l’establishment scientifico militare, ossia gli scienziati atomici. Anche in  Ghiaccio‑nove ritornano i dubbi  sul caso e sul progetto divino, espressi nella figura del guru Bokonon, ma al centro della storia rimane sempre la ricerca del modo in cui gli scienziati nucleari abbiano trascorso la giornata dell’esplosione della prima bomba atomica, ricerca che presto si trasforma in quella del ghiaccio‑nove.
Con Ghiaccio‑nove, l’interesse di Vonnegut per la forma narrativa della fantascienza è ormai finito. Ha rinunciato a quei forzamenti delle situazioni che richiedevano un ``nuovo cielo’’ per rientrare in una struttura narrativa unificante, e non c’è più bisogno della fantascienza per criticare l’establishment. In Dio la benedica, signor Rosewater, Vonnegut lascia gli spunti fantascientifici per dedicarsi completamente a un tipo di commedia ricco di spunti satirici: il romanzo narra di Eliot Rosewater, tipico miliardario vonnegutiano, e perciò dedito alla non azione, e dei tentativi di farlo interdire. La fantascienza compare nel romanzo come un elemento del costume americano, perché Rosewater ama leggere la fantascienza, soprattutto quella dell’autore Kilgore Trout ``specializzato nel ritrarre mondi perfettamente spaventosi, non diversi da quello in cui vive’’. Kilgore Trout, come il pianeta Tralfamadore, diventano poi dei semplici luoghi comuni nelle successive opere di Vonnegut (che nel 1975, quando Farmer pubblicherà Venere sulla conchiglia attribuendolo a ``Kilgore Trout’’, eleverà vibrate proteste): userà il pianeta Tralfamadore in Mattatoio n. 5, ispirato dalle sue esperienze di guerra, come paradossale fuga dagli orrori della guerra moderna (così ribadendo, data la palese impossibilità di simili fughe laterali, come non vi sia scampo da tali orrori).

Postato da: rvalla64x9 a aprile 16, 2007 08:32 | link | commenti (2) |

lunedì, 09 aprile 2007

nuovo nuovo

http://www.nytimes.com/2007/04/08/magazine/08wwlnsafire.t.html?ex=1333598400&en=1776d64950c2d4ed&ei=5124&partner=permalink&exprod=permalink

Postato da: rvalla64x9 a aprile 09, 2007 08:05 | link | commenti |

domenica, 04 marzo 2007

Nuovo (di san Pesce d'Aprile) (ma non è un pesce)

http://www.nytimes.com/2007/04/01/magazine/01wwln-safire.t.html?ex=1332993600&en=5fd86f952b08e094&ei=5124&partner=permalink&exprod=permalink

http://www.nytimes.com/2007/03/25/magazine/25wwlnsafire.t.html?ex=1332475200&en=88cee7ac021c9ade&ei=5124&partner=permalink&exprod=permalink

http://www.nytimes.com/2007/03/18/magazine/18wwlnsafire.t.html?ex=1331784000&en=2ddb9b83ab6baf4f&ei=5124&partner=permalink&exprod=permalink

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Postato da: rvalla64x9 a marzo 04, 2007 16:24 | link | commenti |

domenica, 25 febbraio 2007

nuovo articolo Safire

http://www.nytimes.com/2007/02/25/magazine/25wwlnsafire.t.html?ex=1329973200&en=dcf1a517d42b45bc&ei=5124&partner=permalink&exprod=permalink---------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------------

I mondi perduti di 2001
Riccardo Valla
(Nota: Questo mio articolo era uscito in appendice a Arthur C. Clarke e Stanley Kubrick, 2001: Odissea nello spazio, Editori Associati, Milano, giugno 1988, collana TEADue N. 5; ne cercavo una copia e mi dicono sia esaurito. Per rendere possibile la diffusione del mio pensiero e a esclusivi scopi di studio e documentazione lo riporto qui, col divieto di conservarne copie - elettroniche o cartacee - al di là di quanto necessario per motivi di studio.)

Che cos’è la scimmia per l’uomo? Un oggetto di riso e di dolorosa vergogna. E così è l’uomo per il superuomo: un oggetto di riso e di dolorosa vergogna.

F. Nietzsche, Così parlò Zarathustra

  

Fin dai titoli di testa, la colonna sonora del film di Kubrick 2001, Odissea nello spazio trasmette un senso di attesa. Dapprima una lunga nota dell’organo, come a voler descrivere la serenità imperturbata del cosmo, poi un semplice motivo in do maggiore delle trombe, che annuncia l’arrivo di qualcosa che ancora non conosciamo, quindi il martellare dei timpani, sostenuto dagli archi. Tre volte le trombe ripetono il loro motivo, ma infine sono cancellate da un perentorio colpo di piatti che, solo, colma di echi tutto lo spazio. É l’alba: il sole è sorto.

   Il brano musicale utilizzato da Kubrick è il primo movimento di Così parlò Zarathustra, poema sinfonico (o meglio “Ottimismo sinfonico in forma fin-de-siècle dedicato al XX secolo”) di Richard Strauss, scritto nel 1896. Lo stesso Strauss intitolò questo primo movimento “Dell’enigma dell’universo”; di solito si ritiene che descriva il sorgere del sole, allorché l’astro, al pari di quell’immenso colpo di piatti, spazza via bruscamente tutti i turbamenti della notte.

   Il brano ritorna alla fine del film: due ripetizioni dello straussiano colpo di piatti aprono dunque e chiudono l’intera storia dell’umanità, elevatasi dalla condizione scimmiesca a quella dell’“uomo delle stelle” che intravediamo nell’ultima inquadratura. La ripetizione vuole suggerire un perpetuo enigma e una sostanziale identità, poiché in entrambi i casi ci troviamo alle soglie di una trasformazione radicale e inspiegabile: all’inizio del film ci è mostrata l’alba dell’uomo, alla fine del film la nascita della forma di vita che prenderà il suo posto. Ma l’identità dell’autore della trasformazione resterà per sempre nel mistero: deciderà lo spettatore se chiamarlo Dio, o spinta vitale, evoluzione meccanica, inarrestabile pulsione della coscienza a farsi tutt’uno con l’universo, o magari ufo.

   Pare comunque che Kubrick abbia voluto soprattutto esprimere cinematograficamente il concetto dell’esistenza di un’umanità del futuro (o di una corrispondente razza aliena), altrettanto diversa da quella attuale quanto l’uomo di oggi lo è dai suoi predecessori antropoidi: forse pensava a come la biologia e la medicina si ripromettono di trasformare la natura fisica dell’uomo, ad esempio prolungandone la vita, permettendogli di potenziare le sue facoltà mentali ecc. L’invenzione dei primi utensili ha permesso all’uomo di dominare ogni animale; l’invenzione della scienza lo porterà a vincere ogni rimanente limite naturale.

   Tuttavia, al di là dell’ipotesi che ci potrà essere un cambiamento, nessuno può onestamente prevedere le caratteristiche fisiche e mentali dell’uomo del futuro. A voler descrivere il superuomo si rischia di arenarsi nella banalità o nel ritratto di qualche fumettistico Superman: Kubrick conosce questo rischio e di conseguenza si limita a mostrarci un embrione che galleggia nello spazio. É stata una decisione molto sofferta, poiché per tutta la lavorazione del film ha cercato altre soluzioni, ma a ben vedere era la sola immagine plausibile.

   La scena finale del film si ricongiunge dunque a quella iniziale e sembra avere un’unica possibilità di interpretazione: “l’evoluzione non è finita”. Altrettanto chiari, almeno in maggior parte, sono i precedenti episodi del film.

   Il primo episodio, tra gli uomini scimmia, si riallaccia ai trattamenti cinematografici del tema della violenza cari a Kubrick, come Il dottor Stranamore e i successivi Arancia meccanica e Barry Lyndon, sempre un po’ ambigui, giacché talvolta la violenza vi è ritratta come un male, talvolta come un male necessario: in 2001, Kubrick mostra come l’invenzione degli “utensili” (leggi: “armi”) abbia plasmato l’uomo. Oggi l’ipotesi che il primo uomo sia stato un Caino è giudicata alquanto semplicistica, ma ha goduto di una certa diffusione negli anni sessanta dopo la scoperta che l’australopiteco africanus, più piccolo, ma capace di usare come mazza un osso di antilope, aveva soppiantato il cugino robustus, vegetariano e non aggressivo. Curiosamente, il massimo divulgatore di questa ricostruzione era stato non uno scienziato, ma un giornalista e commediografo, Robert Ardrey, in un libro chiamato L’istinto di uccidere; comunque, l’idea della natura fondamentalmente omicida dell’uomo aveva trovato consenziente anche Konrad Lorenz.

   Gli episodi successivi, che nel film descrivono i viaggi sulla Luna e a Giove, hanno un duplice aspetto. Da un lato, con una sorta di frecciata contro il film di fantascienza degli anni cinquanta, vogliono mostrare come la conquista dello spazio non riservi ai suoi protagonisti l’avventura, bensì sia solo noia, straniamento e tecnologia. Rientra in questo filone la nota ironica con cui Kubrick accompagna con la musica del Danubio blu la lenta rivoluzione della stazione spaziale, come se fosse la grande ruota del viennese Prater. Dall’altro lato, Kubrick intende esplorare gli aspetti formali della futura tecnologia, e perciò si fa costruire le scenografie nel modo più esatto possibile, ricorrendo anche alla consulenza della nasa; poi, da dietro la macchina da presa, studia ogni inquadratura come se si trattasse di una foto da pubblicare su una rivista di arte fotografica (del resto, Kubrick si era fatto conoscere inizialmente come fotografo).

   Nasce così una serie di sequenze a cui hanno attinto tutti i film di fantascienza girati in seguito: per fare un solo esempio, al passaggio della  Discovery davanti all’obiettivo, allorché la vediamo per la prima volta, si è ispirato Lucas per le inquadrature iniziali di Guerre stellari. Con le sue luci, con i suoi modellini e con i suoi movimenti di macchina, Kubrick ha virtualmente monopolizzato il film di fantascienza degli anni seguenti; per trovare idee altrettanto valide visivamente, che non risentano dell’invadente influenza di 2001, occorre aspettare le scenografie costruite dal pittore Giger per l’astronave extraterrestre del film Alien.

   Solo l’episodio finale del film, “Oltre Giove”, dopo la fine del viaggio della Discovery, resta ancora ambiguo agli occhi dello spettatore odierno, a decenni di distanza dalla première e nonostante sia sempre stato il tradizionale punto di forza di infinite discussioni da foyer. Su quest’ultima parte ha anche speculato la pubblicità americana del film, ribattezzandolo The Ultimate Trip, ossia “il non plus ultra dei viaggi”, con grande interesse dei cercatori di esperienze psichedeliche, che hanno immediatamente creduto di riconoscere in Kubrick e Clarke due compagni consumatori di quelle che Alex, il protagonista di Arancia meccanica, chiamava “drogucce mescaline”.

   Rispondendo a chi gli chiedeva il significato della penultima scena del film, ossia quella che si svolge nel bianchissimo appartamento settecentesco, lo stesso Kubrick assicurava il suo beneplacito alla giustificazione data da Clarke nel romanzo tratto dalla sceneggiatura originale scritta a quattro mani con lui, ossia che l’episodio si svolge in un super‑laboratorio scientifico di una razza extraterrestre. Ma è chiaro che non è l’unica spiegazione e neppure tutta la spiegazione: sembra soprattutto una di quelle risposte che talvolta i registi di genio possono dare agli intervistatori noiosi. A proposito di quella scena, Clarke riferisce infatti di avere proposto, in sede di stesura del soggetto, tutta una serie di sequenze dedicate alla descrizione degli alieni; ogni volta, Kubrick dapprima le ha approvate, ma in seguito ha deciso di non realizzarle.

   La lavorazione del film è riferita da Clarke in un libro, The Lost Worlds of 2001, in cui parla della collaborazione tra lui e Kubrick: una collaborazione che si protrasse per più di tre anni. Il film fu proiettato nell’aprile 1968, ma Kubrick iniziò a parlarne con Clarke fin dall’aprile del 1964: intendeva girare un film sul rapporto tra l’uomo e l’universo, cercava una storia mitica e simbolica che gli permettesse di giocare con le simmetrie della trama.

   È probabile che Kubrick avesse in mente alcuni film del decennio precedente: Uomini sulla Luna, La conquista dello spazio e Il pianeta proibito. I primi due erano stati realizzati dal produttore George Pal in modo alquanto impegnativo, ricorrendo alla consulenza di esperti come lo scrittore Heinlein, il pittore Boneystell e perfino il mitico Wernher von Braun; le loro riprese “spaziali” erano le migliori che fossero mai state realizzate... finché non giunsero quelle di Kubrick. Il terzo riusciva a trasmettere un senso di sgomento di fronte alle realizzazioni di un’antica razza extraterrestre (che ovviamente, per non rovinare l’effetto, non era mai mostrata).

   Seguendo l’esempio di Pal, anche Kubrick si rivolse a un affermato scrittore di fantascienza per studiare con lui il soggetto. Clarke era il più importante scrittore inglese specializzato, era uno scienziato e un giornalista scientifico; inoltre era tendenzialmente portato alle riflessioni sul destino che, a lunga scadenza, poteva toccare all’uomo e alla sua scienza, e questo si armonizzava bene con l’intenzione di Kubrick di presentare una storia mitica e simbolica.

   Dopo essere stato chiamato da Kubrick, Clarke prese spunto da vari suoi racconti degli anni precedenti e propose al regista una prima versione del soggetto. Al centro del film doveva esserci la storia narrata nel racconto La sentinella, in cui si parla del ritrovamento, sulla Luna, di una costruzione lasciata laggiù da esseri di un altro sistema solare. Passato il primo periodo di meraviglia, l’uomo che l’ha scoperta comincia però ad avere un sospetto: forse è una sorta di segnale d’allarme, con lo scopo di avvertire qualche ignota razza aliena del fatto che i terrestri ormai sono in grado di lasciare il loro pianeta. E il sospetto è inquietante perché quegli alieni “forse vogliono aiutare la nostra civiltà ancora bambina, ma devono essere molto vecchi e spesso i vecchi sono assurdamente gelosi dei giovani”.

   Un altro dei racconti accettati in origine da Kubrick era intitolato  Spedizione alla Terra; Clarke ne scrisse l’adattamento e Kubrick, in un primo tempo, lo incluse tutto nella sceneggiatura, ma in seguito ne eliminò varie parti. Parlava di un extraterrestre chiamato Clindar, esteriormente molto simile a un uomo, che nel lontano passato era sceso sul nostro pianeta con la sua astronave, aveva fatto amicizia con una tribù di antropoidi e aveva insegnato loro a utilizzare i primi utensili. Nel film non compaiono né l’astronave, né l’extraterrestre, né l’amicizia tra l’uomo scimmia e il superuomo: Kubrick accetta le idee di Clarke, ma elimina sistematicamente le sue spiegazioni.

   Clarke riporta in Lost Worlds of 2001 i vari pezzi scartati e molti commenti del suo diario. Ad esempio:

 

28 maggio 1964. Suggerisco a Stanley (Kubrick) che “quelli” potrebbero essere macchine intelligenti che considerano la vita organica come un’orribile malattia. Stanley dice che l’idea è buona e che bisogna tenerla presente.

12 luglio 1964 Adesso abbiamo tutto... eccetto la storia.

28 luglio 1964 Stanley: “Ciò che vogliamo è un tema sconvolgente, di mitica grandezza.”

1 agosto 1964 Il Ranger VII si è schiantato sulla superficie lunare. Stanley si preoccupa per le annunciate sonde marziane: e se scoprissero qualcosa che dà il colpo di grazia alla nostra storia? (Più tardi Stanley s’informò presso i Lloyd se fossero disposti ad assicurarlo.)

6 agosto 1964 Stanley suggerisce che il computer sia di sesso femminile e che si chiami Athena.

17 agosto 1964 Finalmente abbiamo anche il nome del protagonista: Alex Bowman. Urrah!

6 ottobre 1964 Un’idea che mi pare cruciale. L’altro sistema stellare è abitato da uomini prelevati sulla Terra centomila anni fa, e perciò virtualmente identici a noi.

17 ottobre 1964 A Stanley è venuta in mente un’idea pazza: dei robot un po’ checche, che hanno costruito un ambiente in stile vittoriano a beneficio dei nostri eroi per evitare che si spaventino.

10 dicembre 1964 Stanley mi chiama dopo avere visto Nel 2000 guerra o pace; dice che non si farà mai più proiettare un film raccomandato da me.

 

   Alla fine del 1964 la sceneggiatura era completa; Kubrick la presentò alla MGM e alla Cinerama per avere i finanziamenti. In un primo tempo, il film doveva chiamarsi Viaggio oltre le stelle; altri titoli proposti: Universo,  Tunnel verso le stelle e Discesa planetaria. “Dovevano passare undici mesi ‑ scrive Clarke ‑ e si doveva giungere all’aprile 1965, prima che Stanley scegliesse quello definitivo. A quanto ricordo, l’idea fu soltanto sua.” La produzione iniziò, ma mancava ancora il finale. Clarke annota nel diario:

 

25 agosto 1965 Ho capito come deve assolutamente finire la storia: con Bowman fermo accanto alla nave aliena.

1 ottobre 1965 Stanley mi ha telefonato per comunicarmi un altro finale.

3 ottobre 1965 Stanley mi ha telefonato: è ancora preoccupato per il finale. Gli ho riferito le ultime idee che mi sono venute in mente, e, senza che me l’aspettassi, una gli è piaciuta moltissimo. Bowman regredisce fino all’infanzia e noi lo vediamo sotto forma di un neonato che orbita nello spazio. Stanley mi ha richiamato più tardi: era ancora entusiasta. Spero che non sia un falso ottimismo.

5 ottobre 1965 Ho trovato un motivo logico perché Bowman appaia come un neonato in orbita. É l’immagine che, giunto a quello stadio di sviluppo, Bowman ha di se stesso. E, chissà, forse la Coscienza Cosmica ha il senso dello humor! L’ho telefonato a Stanley. Non mi è parso particolarmente colpito da queste osservazioni, ma adesso mi sento tranquillo.

15 ottobre 1965 Stan ha deciso di far morire tutto l’equipaggio della  Discovery, in modo che Bowman resti solo. Un po’ drastico, ma mi pare giusto. Dopotutto, Ulisse fu il solo superstite.

 

   Le riprese cominciarono alla fine dell’anno, e in un primo tempo Kubrick pensò di iniziare 2001 intervistando alcuni scienziati, che avrebbero parlato delle possibilità di vita nell’universo. Si era nell’aprile del 1966. Uno degli scienziati interpellati da Kubrick, il fisico Freeman Dyson, racconta nel suo libro Turbare l’universo l’incontro con il regista negli studi di Shepperton:

 

La scena era una struttura di metallo e legno compensato che rappresentava la galleria circolare contenente il quadro di comando dell’astronave Discovery. Quel giorno era presente uno solo degli attori. Si chiamava Keir Dullea e aveva la parte dell’astronauta Bowman. Dopo tre mesi passati sul set di 2001 era esasperato e frustrato. Stetti a guardarlo mentre lavorava. Camminò lentamente nella galleria, poi si voltò verso il quadro di comando e pigiò alcuni pulsanti. Tutto qui. L’intera azione era durata circa un minuto. Poi Kubrick perse venti minuti a spostare le luci e le cineprese. Poi Keir risalì nella galleria e rifece i movimenti di prima. Poi altri venti minuti fermo a guardare, mentre Kubrick spostava le luci. Poi un’altra ripresa di un minuto. E così via. “Per l’amor di Dio, perché non mi fa recitare?” si lamentava Keir.

Io cercai di far uscire Kubrick dal suo guscio e gli chiesi della trama e dei personaggi del film. Non gli interessavano minimamente. L’unica cosa di cui voleva parlare erano i trucchi cinematografici. Mi descrisse con vivo entusiasmo tutti i trucchi per far apparire grande un modellino di astronave. Mi insegnò le sfumature dell’arte della ripresa e dell’uso delle luci. Dopo un po’ cominciai anch’io a sentirmi frustrato come Keir Dullea.

Mi ero recato nel teatro di posa di Kubrick aspettandomi di trovarlo al lavoro su un altro Stranamore. E invece avevo visto unicamente qualche aggeggio meccanico. Mi lamentai con Kubrick. Lui mi rispose: “Ne capirà il motivo quando vedrà il film.” Nient’altro.

 

   Per tutta la lavorazione, racconta Clarke, Kubrick continuò a chiedergli nuove proposte per la scena finale del film. L’idea della Sentinella, consistente nel suggerimento che gli alieni fossero ostili, era stata scartata fin dall’inizio e si voleva soprattutto dare il senso di un’intelligenza enormemente più progredita dell’uomo. Come riferisce Clarke, erano state prese in esame molte classiche ipotesi della fantascienza (la civiltà dei robot, la tribù umana perduta), ma Kubrick le aveva scartate.

   Prima che Kubrick arrivasse alla versione definitiva, Clarke suggerì altri possibili finali: nel primo di essi, quel medesimo Clindar che era stato sulla Terra tre milioni di anni prima (e che era immortale grazie alla sua scienza) accoglieva sul suo pianeta l’intero equipaggio della Discovery. In un’altra versione scartata, il monolito in orbita attorno a Giove non era una porta su altre dimensioni fisiche e mentali, ma un contenitore: in esso c’era Clindar, che dormiva da milioni di anni e che si risvegliava all’arrivo dei terrestri. In altre proposte successive, sviluppate da Clarke dopo che Kubrick aveva deciso di eliminare il resto dell’equipaggio, Bowman, alla fine del viaggio, trovava creature estremamente diverse dall’uomo, oppure atterrava su un pianeta disabitato, poiché i costruttori del monolito si erano estinti e sopravvivevano solo le loro macchine programmate.

   Di tutti questi suggerimenti, quali sono stati accolti dal regista? Attenendoci con cautela alla lettera del film, vediamo Kubrick dire sostanzialmente questo: come nel libro, Bowman esce con la capsula a osservare il monolito orbitante attorno a Giove e si trova (presumibilmente) catapultato attraverso lo spazio tra le stelle. Entra in orbita attorno a un pianeta (presumibilmente) diverso dalla Terra e, quando la navicella si arresta, scopre di trovarsi in una camera di tipo terrestre. Rimane in quell’ambiente fino alla morte (oppure si vede invecchiare e morire): importante è il fatto che al momento della sua morte ricompaia il monolito. La sua presenza trasforma Bowman in qualcosa di diverso dall’uomo, così come aveva trasformato in qualcosa di diverso dall’animale gli uomini scimmia.

   Sono possibili altre interpretazioni: il monolito potrebbe non essere un oggetto concreto (ma occorrerebbe giustificare quello trovato sulla Luna), oppure il viaggio di Bowman nello spazio potrebbe essere soltanto una sua esperienza allucinatoria. Paiono però da escludere spiegazioni come quelle che si potevano leggere nelle prime recensioni del film, forse dovute a qualche benintenzionata velina della casa distributrice, secondo le quali Bowman, “giunto al termine della sua missione, ritorna sulla Terra, dove il governo, per premiarlo della sua carriera di astronauta, gli regala un appartamento ammobiliato in stile”.

   L’aspetto più singolare delle parti di 2001 che si svolgono nella camera in stile settecentesco è però un altro, ossia il fatto che anch’esse sono un luogo comune della fantascienza, non diversamente dai robot, dagli alieni immortali e dalle tribù prelevate in blocco dai dischi volanti. Infatti l’intera sequenza ha una forte affinità con quanto accade in un famoso romanzo di fantascienza, The Weapon Makers di A.E. van Vogt, pubblicato nel 1943 e certo noto ad A.C. Clarke, essendo apparso in un periodico a cui collaborava egli stesso. Verso la metà del romanzo di van Vogt, il protagonista Hedrock fugge dalla Terra a bordo di una piccola astronave sperimentale, capace di viaggiare più veloce della luce, e perde i sensi a causa dell’accelerazione al decollo. Mentre si allontana, privo di conoscenza, nello spazio interstellare, la sua nave è catturata da alcune entità extraterrestri che eseguono uno studio della razza umana e della sua emotività.

   Quando si risveglia, Hedrock scopre che la sua navicella è atterrata in un ambiente‑fantoccio costruito dagli extraterrestri per saggiare le sue reazioni: una scenografia che è la ricostruzione esatta della sua città, così com’era prima che lui la lasciasse. Esce dall’abitacolo e dapprima trova una copia di se stesso, in una navicella uguale alla sua. Poi entra in un edificio e vi scorge un uomo intento a leggere una lettera. (L’uomo è un suo conoscente, un tale Neelan, e la lettera contiene certe informazioni cercate da Hedrock.) A questo punto, gli extraterrestri trasferiscono la mente di Hedrock nel corpo di Neelan per dargli modo di leggere la lettera; in seguito, finché proseguirà l’“esperimento”, Hedrock resterà nel corpo dell’altro.

   Come si vede, le analogie tra l’episodio narrato da van Vogt e la sequenza diretta da Kubrick sono troppo numerose perché si tratti solo di una congruenza accidentale: in entrambi compaiono il viaggio a una velocità superiore a quella della luce, l’atterraggio in ambiente‑fantoccio uguale a quello terrestre ma sottilmente diverso, le varie copie della stessa persona e il passaggio della coscienza da un corpo all’altro.

   Curiosamente, Clarke non accenna mai a van Vogt, come se avesse rimosso dalla sua mente il ricordo dell’episodio. Si ha il sospetto che dopo avere proposto a Kubrick spunti tratti dai suoi racconti, dopo essere passato a quelli degli autori da lui apprezzati, alla fine sia giunto a proporgli anche quelli di autori che non gli piacevano minimamente: per esempio van Vogt, che per la scienza non ha mai avuto alcun rispetto.

   La mentalità di Clarke, che scrive nel suo diario di non essere stato tranquillo finché non avesse trovato una giustificazione razionale dell’immagine conclusiva del film, è agli antipodi di quella di van Vogt, autore che non si è mai curato della verosimiglianza scientifica e che si vanta di scrivere i romanzi a braccio. Ma Kubrick cercava evidentemente i suggerimenti intuitivi e non le razionalizzazioni: per tutta la lavorazione cercò di far oltrepassare a Clarke i limiti del rigore scientifico e dell’osservanza della logica.

   Nel tracciare il bilancio della sua esperienza con Kubrick, Clarke dà l’impressione di essersi alquanto seccato a causa dell’indecisione del regista, che gli chiedeva infiniti rifacimenti e che, se da un lato era facile a entusiasmarsi, dall’altro cambiava facilmente idea. Leggiamo in Lost Worlds of 2001 che il romanzo tratto dalla sceneggiatura del film doveva essere pubblicato nel 1966, ma che Kubrick, all’ultimo momento, aveva fermato la pubblicazione: “Nessuno poteva prevedere che dovevano ancora passare due anni prima che uscisse nell’estate del 1968, mesi dopo il film. Alla fine, tutto si sistemò, come Stanley aveva predetto.” E conclude: “Ma ci sono modi più tranquilli di guadagnarsi la vita.”

   Tuttavia, nonostante queste recriminazioni, colui che ha tratto maggiori vantaggi dalla collaborazione è stato senza dubbio Clarke. Kubrick gli ha imposto i suoi standard di qualità e, anche se Clarke non lo dice, gli ha insegnato a non rifugiarsi dietro le spiegazioni razionali, a non aver paura dell’ambiguità e delle narrazioni aperte. Dopo essere stato con Kubrick, Clarke è finalmente diventato un romanziere, mentre in precedenza era soprattutto un brillante autore di racconti. I romanzi scritti da Clarke prima dell’incontro con Kubrick mostrano infatti dei grandi scompensi: alcuni sono pedestri documentari sulle meraviglie del futuro, altri tendono a iniziare da presupposti rigorosamente scientifici per poi salvarsi con la fuga in qualche dimensione misticheggiante allorché l’autore scopre di essersi infilato in un vicolo cieco. Il tipico rappresentante di questi vecchi romanzi di Clarke è Le guide del tramonto: un’opera ricca di spunti, basata sull’arrivo di una razza di extraterrestri benevoli che assumono il potere mondiale perché vogliono salvare la Terra dalla distruzione atomica. Presto però il romanzo si sfilaccia in una serie di trovate un po’ cheap: prima si scopre che gli extraterrestri hanno ali da pipistrello e poi che l’intera razza umana si sta trasformando in un unico super‑essere senza corpo, una “mente cosmica”.

   Con Kubrick, Clarke ha imparato a eliminare le pagine di cui non era soddisfatto, invece di cercare di salvarle a tutti i costi. A iniziare dal romanzo di 2001, le opere di Clarke sono assai più compatte di prima. Ma, ancor più di 2001, lo scritto che mostra come abbia tratto profitto dagli insegnamenti di Kubrick è la sua più importante opera degli ultimi anni:  Incontro con Rama. In questo romanzo si descrive l’incontro tra l’umanità e una misteriosa cometa artificiale (Rama), che, nella sua traiettoria, si avvicina per qualche tempo al Sole per poi scomparire di nuovo nello spazio. Assistiamo all’arrivo di questo corpo astronomico, al suo progressivo disgelo, al risveglio dei meccanismi in esso contenuti. Riprende a funzionare e rivela chiaramente la sua natura di habitat artificiale, ma le sue attività sono sovranamente indifferenti alla presenza dell’uomo e non offrono alcun indizio sui suoi costruttori.

   La sensazione complessiva che resta nel lettore alla fine di Incontro con Rama è di stupore per il mistero dell’universo, che è infatti il vero protagonista del romanzo. Lo stesso tipo di eterno enigma cosmico che in 2001 era rappresentato dal monolito e a cui rimandava la musica di Strauss.

 

 

 

Postato da: rvalla64x9 a febbraio 25, 2007 19:28 | link | commenti (1) |

domenica, 04 febbraio 2007

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Postato da: rvalla64x9 a febbraio 04, 2007 22:02 | link | commenti (11) |

giovedì, 01 febbraio 2007

Altra cicalata

L’iscrizione della tomba di Shakespeare

 

Tempo fa Staffilano è incappato, traducendo Simmons, nell’iscrizione della tomba di Shakespeare e si discuteva con lui come tradurre quella poesiola-puzzle che ha appassionato generazioni di dotti perditempo e di enigmisti della domenica.

Chi l’ha scritta? Quando? Che ambiguità nasconde, e sono intenzionali? E che cosa vi leggeva un contemporaneo? (frequentatore del teatro, per giunta, ma, quanto a ciò, il rischio – come sempre in questi casi – è di non poterlo sapere mai).

A me pare anche un’iscrizione un po’ arrogante, il che fa pensare che l’abbia davvero scritta uno de suoi ammiratori nobili.

Spocchiosa, se vogliamo. La scritta ingiunge subito al passante che non vuol pagarle l’obolo di guardarla: “Olà, fermo! Stay, passenger”.

Poi mette in dubbio che abbia qualcosa di più urgente da fare. “why goest thou by so fast? Dove andrai mai! Figurati cosa avrà di importante da fare uno scalzacani come te. Guarda che ti perdi una grande occasione, grullo!”

“E quale sarà mai la grande occasione, signore?” chiede allora lui.

“Ma quella di leggere i miei versi, ovvio”.

Già, ogni poesiola è bella per mamma sua, ma qui  - essendosi particolarmente industriato nel dire e non dire - l’autore diquei versi immortali rimane deluso se nessuno casca nella trappola.

Abbiamo poi un Read, if thou canst che è un po’ sorprendente, perché se il passante non sapesse leggere, non avrebbe letto neppure il verso precedente e dunque non si sarebbe fermato. Una conferma dell’arroganza di cui si diceva.

Chi continua a leggere, comunque, cade subito nella prima trappola, with whom Quick nature died. Di che natura viva/mobile/svelta trattasi? Che si riferisca alla battuta veloce di Shakespeare sul palcoscenico? Petrolini le faceva sempre. Una volta ha detto a mio nonno paterno, colto a ronfare a un suo spettacolo: “Guardali, si fanno regalare i biglietti e poi s’addormentano!” (Per due generazioni, in famiglia, hanno odiato Petrolini.) Un re del battibecco, dunque. Oppure la "rapida natura" è da intendere come qualcosa di più fondamentale, di fi-lo-so-fi-co, ossia la vita materiale, il corpo, l’involucro di tanto spirito?

Un secondo riferimento ambiguo è poi:  Leaves living art, but page, che è quel "page", una pagina o un paggio?

Abbiamo dunque questa alternativa:

    Interpretazione 1) Morta la carne, ridotta a spoglia immemore e immobile, a noi poveri mortali restano solo i suoi scritti a testimoniarci tanto ingegno

    Interpretazione 2) Morto con lui tutto il brio esistente al suo tempo, gli artisti superstiti non potranno mai eguagliare la sua arte.

Scelga il lettore.

 

Vediamo prima il testo per intero.

SH_Tomb

(immagine presa in http://www2.prestel.co.uk/rey/epitaph.htm

dove si trova TUTTO su questa iscrizione)

ossia

 

Stay passenger, why goest thou by so fast,
Read if thou canst, whom envious Death hath placed
Within this monument Shakespeare: with whom
Quick nature died whose name doth deck this tomb,
Far more than cost: since all that he hath writ,
Leaves living art, but page, to serve his wit.

 

E passiando a una traduzione prima alla lettera e poi un po’ più a senso (senso mio, è chiaro)

 

Stay, passenger, why goest thou by so fast?
  resta, passeggero, perché vai tu via così svelto?
fermati, passante, perché ti allontani così in fretta?

Read, if thou canst, whom envious Death hath placed
 leggi se tu puoi, chi invidiosa morte ha piazzato
leggi, visto che ne hai l’occasione, chi l’invidiosa morte ha chiuso

Within this monument: Shakespeare, with whom
 dentro questo monumento: Shakespeare, con cui
dentro questo monumento, Shakespeare, del quale

Quick nature died, whose name doth deck this tomb
 viva natura morì, il cui nome invero adorna questa tomba

la spoglia materiale è morta, il cui nome certo imperziosisce questa tomba

Far more than cost, since all that he hath writ
  molto più che il costo, poichè tutto (ciò) che ha scritto
molto più del costo, poiché tutto ciò che ha scritto

Leaves living art, but page, to serve his wit

  lascia la viva arte, solo paggio, a servire il suo ingegno

rende l’arte dei vivi  un mero paggio, un servitore del suo ingegno.